Uccise il patrigno per interesse e la moglie per timore che parlasse
-
Data di pubblicazione:14 Settembre 1956
-
Autore:Arnaldo Gherardini
-
Testata giornalistica:Corriere della Sera
-
Contenuto aggiornato il:22 Gennaio 2026
Le vicende della “famiglia maledetta”
Dopo aver trascorso quasi un decennio nei manicomi giudiziari, Eugenio Cianciotti dovrà il 19 ottobre in Assise rispondere dei due delitti per i quali sua madre e i suoi fratelli sono già stati condannati.
Roma 13 settembre, notte.
Eugenio Cianciotti, il personaggio più inquietante della « famiglia maledetta », di cui le cronache giudiziarie si occupano da dodici anni, verrà giudicato dall’Assise il prossimo 19 ottobre, dopo aver trascorso quasi un decennio nei manicomi giudiziari. Quest’uomo risentito ed irascibile accusato di aver ucciso Aldo Plazzi, ricco possidente, gettandone il corpo in un pozzo profondo venticinque metri, ed aver assassinato sei mesi dopo la propria moglie, facendola annegare nel mare di Ladispoli, per timore che rivelasse il precedente delitto.
La famiglia maledetta al completo comparve per la prima volta dinanzi ai giudici nell’inverno 1951. Oltre a Cianciotti, erano nella gabbia i fratellastri di costui, Wallis e Mario Plazzi, e la loro madre Apollonia Zanzi. Durante la prima udienza, Eugenio Cianciotti, indicato come autore materiale dei due omicidi, si trasformò in un ossesso: dalla gabbia dell’Assise cominciò a lanciare contro i magistrati ingiurie sanguinosi e i carabinieri, per ridurlo all’impotenza, dovettero ricorrere alla « camicia di forza ».
Il cadavere nel pozzo
La Corte, nonostante il parere contrario del pubblico ministero, che ritenne Cianciotti un simulatore, decise di stralciare il suo processo da quello dei tre congiunti. Cianciotti fu mandato al manicomio giudiziario di Aversa, donde più tardi lo trasferirono in quello di Volterra. Apollonia Zanzi, Wallis Plazzi, Mario Plazzi furono giudicati. La donna venne ritenuta responsabile di istigazione nella soppressione del vecchio possidente; i suoi due figli di concorso nei due delitti. Nel processo di primo grado Mario e la madre furono condannati rispettivamente a 24, 18, 21 anni di reclusione; l’Assise d’appello ridusse la pena di Wallis Plazzi a 20 anni, quella di Mario a 16, quella della loro madre a 13 anni e 4 mesi. Gli ultimi due, in forza dei condoni dell’ultimo decennio, sono tornati in libertà. Non è improbabile che si recheranno ad assistere al processo di Cianciotti, finora mai giudicato.
Gli alienisti del manicomio di Volterra, dopo aver tenuto Cianciotti sotto una lunghissima osservazione, hanno recentemente affermato che, pur essendo malato di mente, l’imputato è migliorato «ai fini dell’assistenza al dibattimento» e che la sua capacità di intendere e di volere, anche se menomata, gli consente di difendersi, come prescrive la legge. Il presidente dell’Assise di Roma, preso atto del certificato dei medici, ha fissato la data del dibattimento che dovrà puntualizzare le esatte responsabilità di Cianciotti.
La sera del 19 dicembre 1944, mentre Roma era appena uscita dall’occupazione nazista e molti non rispettavano la legge, fu trovato morto in un pozzo della sua tenuta a «La Vaccina», ad una decina di chilometri dalla città, il ricco agricoltore Aldo Plazzi, di sessant’anni, un uomo vigoroso, pieno di attività e d’intelligenza, abituato a farsi rispettare da tutti. Commerciante in trattrici agricole e in aratri meccanici, era riuscito a mettere insieme una grossa fortuna, valutata prima della guerra ad una settantina di milioni di lire.
Plazzi non s’era mai sposato: da più di vent’anni viveva coniugalmente con Apollonia Zanzi, da cui aveva avuto tre figli, Wallis, Mario, Filomena, che aveva riconosciuto legalmente dando loro il proprio nome. Si era occupato fin dall’infanzia anche di un figlio della Zanzi, che essa aveva avuto prima degli altri tre, Eugenio Cianciotti, un giovane con le labbra sottili, la fronte caparbia, gli occhi duri. Qualcuno diceva che pure Eugenio fosse figlio di Plazzi.
Questa eterogenea famiglia non era bastata all’agricoltore: quantunque avanzato negli anni, s’era innamorato di una segretaria, dalla quale aveva avuto tre figli e che, negli ultimi tempi, sembra che pensasse di sposare. La straordinaria figliolanza di Plazzi e i suoi molti milioni crearono intorno a lui un intricato nodo di appetiti, d’interessi, di odi. Tuttavia, quando il vecchio fu trovato morto in fondo alla cisterna, la polizia ritenne che si trattasse di una disgrazia.
La parte della Zanzi
Sei mesi dopo, il 17 giugno 1945, fu ripescato da un bagnante nel mare di Ladispoli il cadavere di una giovane donna. Era vestita come se fosse annegata durante una gita in barca, ma al piede sinistro, assicurato con un pezzo di filo di ferro, aveva un pesante quadrello di acciaio: chi l’aveva legato alla gamba della poveretta si era voluto evidentemente assicurare che quel corpo non tornasse a galla. Si trattava di Kariklia Iconomopoulos, di ventitré anni, una bella ragazza greca che Eugenio Cianciotti aveva sposato qualche anno prima. L’aveva conosciuta mentre era militare in Grecia, durante la guerra; la giovane appartenente a famiglia ragguardevole di Atene, aveva aiutato l’italiano a trarsi fuori da un grosso imbroglio in cui si era cacciato; successivamente era nato fra i due un legame d’amore che li aveva portati alle nozze.
Nel 1945 l’efficienza della polizia romana era molto migliorata rispetto all’anno precedente. La misteriosa morte della moglie di Cianciotti fu messa in rapporto con la fine di Plazzi. Si finì per scoprire che Cianciotti aveva assassinato il possidente simulando una disgrazia con la complicità del fratellastro Mario Plazzi, a quei tempi giovanissimo. Per timore che il vecchio sposasse la segretaria e che una grossa parte della sua fortuna passasse a costei.
Sei mesi dopo questa volta con l’aiuto dell’altro fratellastro Wallis Plazzi, che allora aveva trent’anni, durante una passeggiata in barca aveva gettato in mare la moglie, perché la giovane greca «sapeva molte cose» sulla fine del vecchio e forse aveva minacciato di parlare al momento opportuno. L’istruttoria stabilì che l’istigatrice dell’uccisione di Plazzi era stata la vecchia Zanzi: tra l’altro, la donna aveva voluto vendicarsi delle infedeltà dell’agricoltore, al quale i consanguinei avevano vibrato colpi di zappa alla testa prima di precipitarlo nella cisterna.
Non è da escludersi che Cianciotti, al momento di rendere conto dei misfatti che gli sono contestati, insisterà nel manifestare segni di pazzia nel convincere, come l’altra volta, i giudici della propria incapacità a difendersi.
Arnaldo Gherardini
