Il No-Restraint al Manicomio di Volterra: l’utopia della libertà come cura
Nella storia della psichiatria italiana, il Manicomio di Volterra rappresenta un caso di studio unico, celebre per l’applicazione del no-restraint. Questo sistema, basato sulla totale abolizione dei mezzi di contenzione meccanica (camicie di forza, catene, lacci), non fu solo un protocollo sanitario, ma l’anima di un esperimento sociale che trasformò l’istituto in un “Manicomio-Villaggio” ammirato in tutta Europa.
Cos’è il No-Restraint? Le radici di un ideale
Il concetto di “non-restraint” nasce in Inghilterra a metà dell’Ottocento con John Conolly, il quale sosteneva che l’abolizione della forza dovesse essere assoluta per risultare efficace. L’idea era che la contenzione fisica non solo fosse inumana, ma esasperasse l’agitazione del malato, alimentando quel circolo vizioso di violenza che la psichiatria cercava di curare.
A Volterra, questa filosofia fu introdotta ufficialmente nel 1900 con l’arrivo di Luigi Scabia, che trasformò un modesto cronicario in una struttura all’avanguardia.
La dichiarazione del 1910: l’abolizione “assoluta”
Nella sua storica relazione del 1910, “Il Frenocomio di S. Girolamo in Volterra 1888-1910”, Scabia dichiarò solennemente:
“Ogni mezzo di contenzione è assolutamente abolito”.
Tuttavia, Scabia era un clinico pragmatico e operò una distinzione fondamentale tra i pazienti comuni e quelli definiti “criminali”:
- Per i malati comuni: Il no-restraint era applicato in senso assoluto.
- Per i criminali e i “coatti”: Anche prima della costruzione del padiglione Ferri (avvenuta negli anni ’30), l’istituto ospitava soggetti violenti inviati dalle carceri. Per loro, Scabia ammetteva l’uso eccezionale di fasce di tela ai polsi.
- La Regola della Cucitura: Per evitare abusi da parte del personale, Scabia impose che le fasce non dovessero mai essere annodate, ma fissate con tre punti di cucitura. Questo impediva agli infermieri di stringere troppo o usare i lacci come punizione arbitraria.
L’applicazione pratica: il binomio “Lavoro e Libertà”
Il no-restraint a Volterra era reso possibile da un sistema terapeutico basato su due pilastri: l’ergoterapia e l’Open Door.
Ergoterapia (terapia del lavoro)
Scabia era convinto che l’esercizio fisico regolare fosse il miglior “sedativo” naturale. I pazienti lavoravano in officine, fornaci e campi, sentendosi “come in famiglia” invece che in prigione. Il lavoro non era solo occupazione, ma un modo per restituire al malato la dignità di “essere sociale”.
Sistema “Open Door” (porte aperte)
L’ospedale non aveva mura di cinta invalicabili, ma solo reti spesso interrotte da cancelli aperti. Molti pazienti potevano circolare liberamente, recarsi al bar o al cinema in città e alcuni “maestri alienati” insegnavano persino a leggere ai figli dei contadini locali.
La “Gheel d’Italia”: un modello unico in Europa
L’originalità del sistema volterrano attirò scienziati da tutto il continente. L’istituto fu definito dal professor Manzoni (direttore del manicomio di Mendrisio) come “La Gheel d’Italia”, paragonandolo alla celebre colonia belga dove i malati vivevano liberi presso le famiglie. Anche lo psichiatra svizzero J. Borel, in un reportage del 1930 intitolato “Des fous heureux” (Pazzi felici), descrisse con stupore come centinaia di alienati vivessero senza barriere grazie al principio del “lavoro e libertà”.
Le involuzioni degli anni ’50 e ’60
Con la morte di Scabia (1934) e l’aumento ipertrofico dei ricoverati (oltre 4.500 nel 1940), il no-restraint entrò in crisi. Le ricerche di Vinzia Fiorino confermano che in questo periodo l’ospedale sviluppò le deformazioni tipiche dell’istituzione totale:
- Ritorno delle contenzioni: La carenza di personale e il sovraffollamento portarono a praticare regolarmente le contenzioni meccaniche, “non sempre con successo” nel limitarle.
- Testimonianze di degrado: L’assistente sociale Angelo Lippi, entrando nei reparti nel 1970, descrisse una realtà desolante: pazienti nudi, legati e un senso di “impotenza totale”.
- Contenzione Chimica: L’uso massiccio di psicofarmaci negli anni ’50 permise di controllare l’agitazione, ma spesso finì per trasformarsi in una “camicia di forza chimica”, che rendeva i pazienti docili ma svuotati della loro personalità.
La rivoluzione di Pellicanò e la Legge 180
La vera svolta arrivò negli anni ’70 sotto la direzione di Carmelo Pellicanò. Il no-restraint passò dall’essere una tecnica medica a un diritto civile.
- Abbattimento delle barriere: Furono rimosse definitivamente sbarre, chiavi e censura sulla posta.
- Dalla custodia alla persona: L’ospedale fu trasformato in una comunità terapeutica basata su assemblee paritarie, percorso che culminò nella Legge Basaglia del 1978 e nella definitiva chiusura del manicomio.
Conclusione
Il no-restraint al Manicomio di Volterra è stato un cammino tormentato tra utopia e realtà. Sebbene le dichiarazioni di Scabia del 1910 dovessero fare i conti con le necessità dei pazienti criminali, esse piantarono il seme di una libertà che, pur tra le gravi involuzioni del dopoguerra, ha infine portato al riconoscimento della dignità umana nella follia.

