Il Padiglione Chiarugi: una testimonianza
Questa storia inizia dalla fine. E non finisce bene, purtroppo, come molte altre storie ambientate nel nostro Paese.
L’inizio della storia, ovvero la sua tragica fine, è questa immagine: macerie e abbandono. Niente di nuovo, direte voi… ma agli occhi più attenti non sarà sfuggito un particolare interessante: i cartoni delle uova alle pareti, ovvero quella sorta di rivestimento fonoassorbente fai-da-te che a cavallo tra gli anni ’80 e i 2000 è stato largamente in uso tra i giovani che volevano “insonorizzare” la sala prove.
Quella in foto, infatti, è stata per una decina d’anni la sala prove del mio gruppo musicale, i Quintessenza (il cui nome cito più per orgoglio che per darvi una qualsivoglia direzione, dato che la cosa più importante che abbiamo fatto è stata firmare un piccolo contratto discografico rimasto nel cassetto tra sogni infranti e calzini spaiati) ma l’immagine ritrae anche una stanza di un edificio con una storia molto complessa che inizia nel 1936.

Come decine di altri ragazzi che negli anni ’90 (per fare una media) abitavano a Volterra, anche noi avevamo in affitto una stanza al Chiarugi, ex padiglione dell’ospedale psichiatrico che negli anni della sua attività era stato prima sezione femminile del reparto psichiatria e poi sezione infantile (casa dei cosiddetti “corrigendi”).
Andato in disuso dopo la legge Basaglia del 1978 e dopo aver progressivamente dimesso tutti i ricoverati, fu riutilizzato dagli Enti Ospedalieri come sede per associazioni, artigiani, artisti, vi aprì una Polisportiva, vi si tenevano corsi di pattinaggio artistico e danza, ospitò una palestra e un dojo di judo. E le stanze più piccole vennero negli anni affittate come depositi di mobilio, attrezzature e sale prova per giovani complessi musicali.
La seconda vita del Chiarugi era, a metà degli anni ’90, così fiorente che c’era una lunghissima lista d’attesa con decine di gruppi e associazioni che aspettavano pazientemente che si liberasse una stanza per potersela accaparrare, anche perché i contratti erano a canone molto popolare e le stanze molto grandi: quella che toccò in sorte a noi, che sfruttammo un contratto in scadenza di una conoscente per infilarci e saltare un po’ di fila, era circa 50 metri quadri ed era una delle più piccole. Quella in foto qui sopra, che fu la nostra seconda stanza, superava i 60.
Il tutto per un centinaio di mila lire al mese, che diviso tra tutto il gruppo che la frequentava erano davvero pochi spiccioli.
Certo, non era un attico a Miami: non c’era riscaldamento, gli allacci della corrente consistevano in decine di cavi che correvano in soffitta attaccati a un unico contatore di qualche coraggioso che se lo intestava e poi sperava che tutti pagassero (ma bisogna dire che eravamo diligenti), le finestre cadevano a pezzi e non c’era bagno, ma noi sapevamo arrangiarci: un nostro amico e coinquilino era un drago come tuttofare e aveva fatto in modo di far funzionare un vecchio bagno su quel piano, ci aveva portato una lampadina, aveva messo serrature alle porte e distribuito la chiave solo agli affittuari del nostro corridoio e aveva addirittura sistemato la vecchia stufa a cherosene che c’era nella stanza e che è ancora visibile (seppur distrutta) nella foto.
A dirlo oggi vengono in mente almeno 30 violazioni in materia di agibilità edilizia, ma in quel delirio disfunzionale tutto sembrava funzionare benissimo. Sul contratto (che io firmai da appena maggiorenne) ci si impegnava direttamente al far sì che tutto restasse in piedi, la responsabilità era tutta nostra e noi ce la prendemmo molto volentieri.
Ma torniamo a questa foto, che quando mi è passata davanti agli occhi è stata la madre di tutte le coltellate al cuore: non vedevo la nostra stanza dal 2007, anno in cui la successiva amministrazione degli Enti Ospedalieri decise che l’edificio doveva essere sigillato e che tutti gli occupanti dovevano sloggiare in fretta.
Uscivamo da mesi di assemblee, sit-in, promesse politiche e preventivi di ristrutturazione, ma come capita ogni volta che qualcosa che era stato lasciato vivere all’ombra della legge poi improvvisamente si scontra con la burocrazia, tutti convennero che la cosa più facile e meno gravosa fosse abbandonare il Chiarugi e tutti i suoi occupanti al loro destino.
Vedere quelle macerie sotto le quali ci sono ancora spartiti scarabocchiati, birre bevute mentre si suonava, sogni e speranze di ragazzi poco più che maggiorenni e quella scritta rimasta congelata per vent’anni sulla lavagna (“Non cancellare”, buffo che nessuno lo abbia mai fatto) assieme alla scaletta di un brano che probabilmente è rimasto anche lui sepolto al Chiarugi, mi ha davvero fatto impressione.
In quelle stanze, per tanti anni, tanti ragazzi hanno vissuto di musica, di pittura, di scultura, di sport.
Noi in questa stanza festeggiavamo natali, compleanni, capodanni. E quante pizzate nelle serate invernali, quando Volterra si trasformava in un cimitero tetro e nebbioso coi locali chiusi e nessuno in giro. Ecco, in quei momenti in cui la città era in letargo, il Chiarugi era vivissimo, luminoso, pulsante di musica e di gioia.
Là dentro abbiamo registrato due album compreso quello che ci valse quel contratto discografico, là dentro sono nate relazioni affettive che durano ancora dopo 30 anni (quando ho conosciuto mia moglie “abitavamo” al Chiarugi quasi tutte le sere) e si sono consolidate amicizie vere, indissolubili.
Perché posti come quello sono magici, seppur disfunzionali. È in posti così che nascono gli amori, di ogni genere, che poi durano tutta la vita: non a scuola, non a lavoro, ma in quei posti dove SCEGLI di andare.
Dove scegli di spendere le tue energie e di mettere a frutto le tue passioni, dove i ragazzi vanno non perché è sicuro stare lì, ma perché è bellissimo.
È quasi romantico pensare che una struttura nata per uno scopo tanto triste come contenere la malattia mentale e tenerla lontana dagli occhi abbia avuto una seconda vita fatta di tanta bellezza spontanea.
Chi governa il mondo, anche a partire dai piccoli centri urbani, dovrebbe interogarsi sull’importanza di luoghi come il Chiarugi e dovrebbe capire che se la burocrazia vuole togliere alla gente quel poco che ha e che si è costruita da sola mettendo i propri sogni uno sull’altro come mattoni, beh, forse bisognerebbe eliminare la burocrazia. E se questo ne dovesse generare altra, allora semplicemente ignorarla.
È stato ignorandola che è rinato il Chiarugi dopo essere stato luogo di sofferenza, è stato seguendola che ha trovato la sua triste morte assieme alla triste fine di decine e decine di bellissimi progetti spontanei nati là dentro.
Io non lo so come si sarebbe potuto fare per salvarlo, trovare risposte è compito di chi si fa eleggere.
Quello di chi vota è fare domande e la domanda che aleggia sul Chiarugi ancora oggi, a quasi vent’anni dalla sua chiusura, è sempre la stessa: siamo più ricchi oggi che abbiamo questo rudere abitato dai topi o lo eravamo quando dentro c’era il cuore pulsante della creatività e della gioventù volterrana?
Vi lascio con qualche foto della mia e di quella dei miei amici, di gioventù. Passata in larghissima parte al Chiarugi, anziché chiusi in casa o nella bolla autoreferenziale dei social network in cui stiamo chiudendo i nostri ragazzi, al sicuro dalle tegole che cadono ma non meno in pericolo.
Gabriele Moretti









