Volterra piccolo Tibet delle statuine d’alabastro
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Data di pubblicazione:17 Febbraio 1956
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Autore:Mauro Senesi
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Testata giornalistica:Corriere d’informazione
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Contenuto aggiornato il:12 Gennaio 2026
Anche questa bellissima città sta tentando di uscire dal suo isolamento: il turismo e l’industria dell’alabastro possono diventare grandi risorse
Volterra, 17 febbraio
Voi certo sapete cos’è una pelle alabastrina: la letteratura ce l’ha insegnato. Invece meno sicuro è che sappiate esattamente cosa sia l’alabastro. Lo credete bianco, mentre può essere anche trasparente, nero, azzurro, rosa. Basta una goccia di colore per penetrarlo e ricavarne venature meravigliose. Si trova soltanto, in grossi blocchi, sotto le colline di Volterra. È molto più tenero del marmo e dunque può essere lavorato abbastanza facilmente. È adattissimo per lampadari (ne risulta una luce velata e tenera), per statuette da scale, per soprammobili, eccetera. Infine, costa relativamente poco.
Tenete di conto queste sommarie notizie, perché da un giorno all’altro c’è il caso che l’alabastro riesca a farsi clamorosamente riscoprire e a occupare un posto importante nell’arredamento moderno. Per le sue origini illustri — molte delle tombe etrusche sono in alabastro — se lo meriterebbe.
E anche questa città, Volterra, se lo meriterebbe.
A ogni passo, nei suoi vicoli antichi, c’è una botteguccia con dentro uno o più uomini intenti a intagliare statuine. Hanno la pelle, i capelli e le sopracciglia d’un bianco incredibile, per la polvere d’alabastro assimilata durante tutta la vita. Perché in genere si tratta di uomini anziani. I giovani preferiscono dedicarsi ad attività più redditizie e, siccome in Volterra non ce ne sono, se ne vanno appena possibile.
Dunque, il tradizionale artigianato dell’alabastro è in crisi. Una crisi che dura ormai da decine d’anni. La fase pesante cominciò quando le «sanzioni», al tempo della guerra in Etiopia, chiusero il mercato americano che assorbiva la maggior parte della produzione artigiana. Poi il mercato americano si è riaperto, ma intanto il mondo aveva camminato. Mentre gli alabastrai volterrani hanno avuto il torto di restare fermi alle riproduzioni di torri pendenti e di statue greche, ai portacenere ornati di uccellini. Cose che, se si riesce a mandarle all’estero, devono essere vendute a peso. Sul mercato interno, invece, si trovano sulle bancarelle dei venditori occasionali.
In fondo alla crisi sta soprattutto un’esigenza di adeguamento, che però non riguarda solo gli alabastrai ma l’intera vita cittadina. Volterra è rimasta fuori dal tempo; basta entrare dentro le sue mura per accorgersene, per risentirsi nel 1919 o prima ancora. Non bastano a dare la sensazione del progresso le poche squallide insegne al neon, né bastano le tre o quattro antenne televisive sui tetti di piazza dei Priori. Fra le città medievali, forse questa è l’unica che ha conservato intatto il suo carattere. Se ciò potrebbe essere bene da un punto di vista turistico, è certo male sotto numerosi altri aspetti.
Volterra è un po’ il paese delle occasioni perdute. Potrebbe, per le bellezze artistiche e naturali, avere un turismo fiorente e non ce l’ha, tant’è vero che esistono due soli alberghi, di terza o di quarta categoria. Gli stranieri che riescono a scoprirla per caso (dato che manca assolutamente un’opera di valorizzazione) arrivano al mattino e debbono ripartire a sera, dopo una visita forzatamente affrettata.
Stabilire a chi o a cosa risale la colpa di questa situazione è difficile. Se s’interroga la storia, vien fatto di credere a un complesso d’inferiorità e di diffidenza che prese Volterra dopo il feroce saccheggio dei fiorentini, col quale ebbe termine l’orgogliosa prosperità medievale della città. È da allora che Volterra se ne rimane isolata, quasi staccata dal resto del mondo, sul culmine della sua collina, in mezzo a un orizzonte vasto, aspro e bellissimo. Dimenticata dalle grandi linee di comunicazione, parve sentire solo di riflesso i sommovimenti economici, sociali, commerciali, culturali e perfino politici.
Come pretendere, quindi, che gli artigiani di questo piccolo Tibet nostrano si adeguino ai gusti estetici della gente di Milano o di Parigi o di Nuova York? Nel mondo moderno non c’è posto per gli isolamenti, che si traducono in miseria. A proposito di Volterra bisogna che qualcuno — come si fa a stabilire chi? — si faccia questo discorso.
Il solo regalo che il progresso fece a Volterra fu l’industria della pazzia. L’Ospedale psichiatrico costituisce una città a sé, alle porte dell’altra. Prima della guerra ospitava oltre seimila ammalati, contribuendo sensibilmente all’economia cittadina. Ma oggi i ricoverati sono poco più di duemila e la maggior parte dei grossi padiglioni resta inutilizzata.
Un progetto fra i molti che se ne possono fare: potenziamento dell’attrezzatura e della propaganda turistica; istituzione di un corso di riqualificazione per artigiani, tenuto da scultori e architetti di chiara fama; organizzazione di una mostra-mercato dell’alabastro da far girare per le nostre maggiori città, e così via.
Mauro Senesi
