Amilcare Marescalchi
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nome:AmilcareMarescalchi
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nascita:3 dicembre 1882Bentivoglio (BO)
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reparto:
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Ultima modifica:14 Ottobre 2025
Cinque anni nel manicomio di Volterra tra i padiglioni Livi e Kraepelin
Indice dei contenuti
Dalla crisi al manicomio di Volterra
Negli anni della guerra, Amilcare Marescalchi attraversò una profonda crisi personale che lo condusse a un primo ricovero in un istituto indicato nel libro con il nome di Bellosguardo, la cui localizzazione non è specificata ma che appare come una piccola casa di cura.
Successivamente venne trasferito a Roma, dove fu internato prima al Policlinico e poi nel grande ospedale psichiatrico di Montemario, identificabile con il Santa Maria della Pietà.
Da lì, dopo un periodo di degenza e osservazione, fu infine inviato all’Ospedale Psichiatrico di Volterra, dove rimase per cinque anni, fino al 18 agosto 1945, giorno della sua dimissione definitiva.
Nel suo libro autobiografico Cinque anni in manicomio (La Navicella, Roma, 1955), Amilcare Marescalchi raccontò quell’esperienza con tono sobrio, ironico e profondamente umano, lasciando una delle più lucide testimonianze della vita manicomiale del Novecento.
«Il 18 agosto 1945, alle ore 10,20 precise, varcavo il cancello dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra. Il mio martirio di cinque anni era finito.»
Dalla crisi al manicomio di Volterra
Negli anni della guerra, Amilcare Marescalchi visse una profonda crisi personale. Dopo un breve ricovero a Roma, nel manicomio di Montemario, fu trasferito all’Ospedale Psichiatrico di Volterra. Vi rimase internato per cinque anni, dal 1940 fino al 18 agosto 1945, giorno della sua dimissione. Nel suo libro autobiografico Cinque anni in manicomio (1955), raccontò quell’esperienza con un tono sobrio, ironico e profondamente umano.
«Il 18 agosto 1945, alle ore 10,20 precise, varcavo il cancello dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra. Il mio martirio di cinque anni era finito.»
Volterra: un mondo chiuso ma umano
Il manicomio di Volterra apparve a Amilcare Marescalchi come una piccola città nella città. Le regole erano rigide, ma l’ambiente più ordinato rispetto ad altre esperienze. Rimase colpito dal fatto che i padiglioni portassero i nomi di illustri medici e non numeri, come a Roma: Livi, Kraepelin, Tanzi, Maragliano. Per lui, quei nomi rappresentavano una traccia di memoria e di rispetto, un modo per riconoscere l’umanità dei malati e la storia della scienza che cercava di comprenderli.
Il padiglione Livi
Al suo arrivo fu assegnato al padiglione Livi, uno dei reparti maschili più grandi dell’ospedale. Le camerate erano affollate, le notti lunghe e inquiethe. Nel silenzio rotto da preghiere e sussurri, Marescalchi imparò la pazienza e la disciplina, osservando gli infermieri e le suore che, pur nella fatica, cercavano di mantenere un clima umano. “Ogni giorno uguale all’altro”, scrisse, “ma in quell’uguaglianza si nasconde la speranza che qualcosa cambi”.
Il padiglione Kraepelin
Dopo alcuni anni fu trasferito nel padiglione Kraepelin, riservato ai pazienti tranquilli. Lì regnava il silenzio, e il tempo aveva un ritmo quasi liturgico.
«Ero stato destinato al padiglione Kraepelin. Vi regnava la calma più assoluta: si parlava sottovoce, come in chiesa; si udivano soltanto i passi degli infermieri e il rumore del chiavistello quando la porta si chiudeva dietro di loro.»
Nel Kraepelin, Marescalchi ritrovò il gusto dell’osservazione e della scrittura. La quotidianità fatta di orari, pasti semplici e piccoli gesti di solidarietà divenne per lui la base di una riflessione sull’uomo e sulla fragilità.
La guerra dentro e fuori le mura
Gli anni trascorsi a Volterra coincisero con il periodo più duro della Seconda guerra mondiale. Dalle finestre del padiglione Kraepelin sentiva il rombo dei cannoni nella valle dell’Era e vedeva passare le colonne tedesche e gli alleati. La città e l’ospedale soffrivano la fame, ma il suo racconto non cede mai alla disperazione.
«Le mura tremavano per il tuono dei cannoni. Qualcuno si faceva il segno della croce, altri piangevano piano, ma nessuno gridava.»
Crollo e rinascita
Dopo tre anni di internamento, Marescalchi attraversò una grave depressione: “Rimasi in letto un paio di mesi, senza parlare, senza leggere, senza muovermi”. I medici tentarono anche una cura ipnotica, che lui racconta con ironia. Da quel buio risalì lentamente grazie alla fede e alla scrittura, che divennero per lui strumenti di riscatto e memoria.
«Tacere per opportunismo o – peggio – per coniglismo sarebbe grave colpa. Parlo per esperienza personale, non per sentito dire.»
La liberazione del 18 agosto 1945
Il 18 agosto 1945 Amilcare Marescalchi uscì dal manicomio di Volterra. Attraversò i viali alberati, passò accanto alla Cattedrale e si avviò verso la stazione. Nel libro descrive quel momento come una rinascita interiore.
«Uscii dal cancello con gli occhi umidi di commozione. Mi fermai un istante a guardare la città. Se, un giorno o l’altro, tornerò a Volterra (non per restarci, veh!)… Avevo ritrovato me stesso.»
Una voce di fede e umanità
Dopo la liberazione, Marescalchi tornò a Roma e riprese a scrivere. Le sue opere successive sono pervase da una nuova serenità. Il Bollettino Salesiano ricorda che trascorse gli ultimi anni “nella pace della preghiera e nella gratitudine per la vita”. Cinque anni in manicomio resta una delle più importanti testimonianze sulla vita all’interno del manicomio di Volterra: un libro di dolore, ma anche di fede e di speranza.
Fonti e approfondimenti
- Amilcare Marescalchi, Cinque anni in manicomio. Ricordi autobiografici, La Navicella, Roma 1955.
- Archivio dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra, registri “Pensionanti 1944–1945”.
- Un professore racconta come fu liberato dalla pazzia
- Non medico alienista, ma reduce dal manicomio
- Bollettino Salesiano, luglio 2010 – Amilcare Marescalchi, un autore per la gioventù

