Oltre il nero, oltre il bianco: sfumature di grigio
Il sole batteva forte sui padiglioni del San Girolamo, ma l’aria che tirava tra quegli edifici monumentali non era calda. Era densa. Camminare lungo il perimetro esterno del manicomio di Volterra durante la visita guidata non è stata la classica gita turistica; è stato un esercizio di equilibrio tra la bellezza architettonica e il peso di ciò che quelle mura hanno contenuto.
Durante il percorso, ci siamo resi conto di una cosa fondamentale: la storia di questo luogo non può essere raccontata usando solo il bianco o il nero.
Oltre il Nero: Non solo un luogo di sofferenza
Spesso l’immaginario collettivo dipinge il manicomio come un inferno dantesco, un buco nero di sola tortura.
E certo, i cancelli, le inferriate e la privazione della libertà sono una realtà storica innegabile. Eppure, la guida ci ha mostrato anche l’altro lato:
- L’avanguardia: Per l’epoca, Volterra era una “città nella città”, un tentativo di creare un microsistema autosufficiente.
- Il lavoro: Le officine, i campi e i laboratori non erano solo fatica, ma anche un modo per restituire una parvenza di dignità e ritmo alla giornata dei degenti.
Oltre il Bianco: Non una comunità idilliaca
Dall’altro lato, non si può cadere nell’errore di romanzare troppo l’istituzione. Non era un “rifugio” sereno. Era un luogo di separazione. Le enormi scritte di Nannetti Oreste (NOF4), incise con la fibbia di una cintura [la fibbia del panciotto N.d.R.] sull’intonaco, sono il grido di chi cercava di esistere in un sistema che tendeva a cancellare l’individuo.
Quel muro non è bianco; è graffiato, segnato dalla necessità disperata di comunicare con un mondo esterno che aveva deciso di guardare altrove.
Oltre a NOF4 anche altre persone hanno avuto il disperato bisogno di essere ricordate tanto da incidere il proprio nome su muri, tombe, su qualsiasi cosa che poteva rimanere in eterno (o anche impronte). Una donna di nome Gina ha addirittura inciso la propria lapide sul muro.
La Sfumatura di Grigio
La nostra esperienza si è mossa proprio qui, nel grigio. Il grigio delle facciate scrostate, che sta a metà tra la pietra fiera di Volterra e la polvere dell’abbandono. È il colore della complessità umana.
Abbiamo camminato in un limbo dove la cura si mescolava al controllo, e la protezione diventava prigionia.
Guardando i padiglioni dall’esterno, abbiamo capito che il manicomio non è un mostro da temere, né un reperto da celebrare.
È uno specchio riflesso delle nostre paure e delle nostre contraddizioni. Siamo usciti da quei cancelli con la consapevolezza che la verità non sta mai negli estremi, ma in quel fumo grigio che ancora aleggia tra i viali del San Girolamo, dove la memoria aspetta solo di essere ascoltata senza pregiudizi.











