Al Manicomio di Trieste e l’incontro con Peppe Dell’Acqua
Siamo arrivati a Trieste in autobus, quando la città si stava ancora svegliando in quella luce tersa che solo le città di mare sanno offrire. Non è stato un viaggio di piacere, ma un percorso di studio e di ricerca, nato dalla necessità di confrontare la nostra realtà, quella del manicomio di Volterra, con il luogo che ha visto nascere la più grande rivoluzione psichiatrica del Novecento.
Siamo partiti con una domanda precisa: cosa resta oggi di quel ribaltamento?
E soprattutto, cosa può dire a noi che viviamo all’ombra dei padiglioni di San Girolamo?
Mura alte e roseti: il contrasto di San Giovanni
Per chi è abituato alla conformazione di Volterra, dove il manicomio era una “città nella città” quasi integrata nel paesaggio e storicamente meno segregata fisicamente, l’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni offre un impatto stridente. Camminando tra i suoi viali, abbiamo percepito i resti di una segregazione che doveva essere totale: tracce di mura alte e invalicabili che un tempo delimitavano un mondo a parte, molto diverso dall’apertura che si respirava a San Girolamo.
Oggi quel luogo è un’esplosione di vita, ma il contrasto è quasi violento.







La bellezza del Roseto e l’atmosfera del bar “Il Posto delle Fragole“ colpiscono proprio perché sorgono dove un tempo regnava l’esclusione. Non siamo andati a cercare il “meraviglioso” estetico, ma a capire come questi spazi siano stati strappati al silenzio. Vedere la cooperazione sociale al lavoro oggi, proprio lì dove le mura erano più alte, ci ha costretti a riflettere su come la gestione della follia sia diventata, a Trieste, gestione della cittadinanza e del lavoro vero.

Radio Fragola e la parola liberata
La nostra indagine è proseguita al Padiglione M, sede dell’archivio e di Radio Fragola. Accompagnati dall’istrionico Pavel Berdon, abbiamo scoperto una realtà dove la voce ha sostituito il silenzio forzato.
Visitare l’archivio triestino, così incentrato sulla documentazione della trasformazione basagliana, ci ha fatto pensare per contrasto al nostro archivio volterrano. Se a Trieste la priorità è stata raccontare la liberazione, a Volterra conserviamo la memoria di un sistema produttivo e di controllo unico al mondo. Parlare con il direttore di Radio Fragola ci ha aperto nuove prospettive: forse da qui nascerà una collaborazione futura per dare ancora più forza alla memoria dei nostri luoghi, unendo il “suono” di Trieste al “segno” di Volterra.
L’incontro con Peppe Dell’Acqua
L’incontro con Peppe Dell’Acqua è stato il cuore del nostro viaggio. Accompagnati da Annalisa, siamo entrati nella sua casa, un salotto dalla luce magica affacciato sul mare. Dell’Acqua, collaboratore storico di Basaglia, ci ha concesso ore di conversazione densissima, ricordandoci che la chiusura dei manicomi non è stata un atto burocratico, ma un processo profondo per restituire dignità a chi era considerato un semplice numero, perché la libertà, se non è per tutti, non è tale.
Parlare con lui non è stato un esercizio di nostalgia, ma un modo per capire la fatica di quella rivoluzione. Ci ha aiutato a mettere a fuoco un punto centrale: la sua voce ci ha ricordato un concetto che risuona forte anche nei nostri reparti volterrani, dove la memoria di Nannetti ci interroga ancora.

Tra la bottega e il Carso: lo sguardo di Nino
Il nostro punto di riferimento è stata la bottega della famiglia Nangano. Qui abbiamo ritrovato Annalisa, ormai volterrana d’adozione, e suo padre Nino, per tutti “Botteghino”. Nino ci ha permesso di vedere Trieste con i suoi occhi, quelli di chi ha vissuto la città in ogni sua fibra.
Non ci ha mostrato solo le ferite profonde di questa terra, come il monumento delle Foibe o i campi profughi, ma ci ha fatto scoprire la bellezza mozzafiato del Carso visto dall’alto e la ricchezza delle tradizioni locali. Tra una “frasca” in montagna e i sapori della cucina triestina – come l’indimenticabile prosciutto cotto tagliato a coltello – abbiamo capito che la storia di San Giovanni non è isolata: è immersa in una città che ha saputo integrare dolori enormi e piaceri quotidiani. Nino ci ha restituito il contesto umano in cui la riforma Basaglia ha dovuto farsi strada, ricordandoci che la libertà non nasce nel vuoto, ma dentro una comunità viva.
Perché Trieste? Una lezione per Volterra
Siamo tornati a casa con la testa piena di domande. Questo viaggio non è servito a dirci quanto sia “bello” San Giovanni, ma a fornirci gli strumenti per guardare con occhio più consapevole la nostra realtà. Capire la rivoluzione triestina significa capire meglio cosa è successo (e cosa è rimasto in sospeso) a Volterra.
La lezione che riportiamo, filtrata dall’umanità della famiglia Nangano e dalla lucidità di Peppe Dell’Acqua, è che la memoria di questi luoghi non può essere solo conservazione. Deve essere una sfida continua alla segregazione. Il manicomio può finire davvero solo quando la città decide di entrarvi dentro e di trasformare quelle mura invalicabili in viali aperti.
Alcune fotografie del manicomio di Trieste





