Terra e lavoro nei manicomi moderni
- Data di pubblicazione:15 Agosto 1934
- Testata giornalistica:L’educatore della Svizzera italiana
- Contenuto aggiornato il:25 Agosto 2026
L’esempio di Volterra
A Volterra la città dei dementi si mostra in colore più lieto dell’altra che le sorge di fronte sul poggio maggiore. Fuori di porta a Selci l’occhio si ferma compiaciuto sul contrasto degli edifici che, a intervalli di verzura, digradano candidi dal colle di San Girolamo nella convalle tranquilla. Simili ma non identici, netti ma non razionali, tutti freschi di calcina, fanno pensare a una nuova città-modello che stia sorgendo di contro all’antica. Distribuiti con regolarità non pedantesca, più e meno grandi, tutti a due piani, spalancati da ampie finestre saranno una trentina di caseggiati; e se ne indovinano altri dietro il rovescio del colle.
Si comincia a riflettere che quei biancori sono troppo assoluti anche per una città-modello. Codesto sobborgo deve avere una destinazione speciale. Ma non si pensa di necessità a una destinazione clinica. Lungo i caseggiati sui quali batte tanto sole, nei tratti di verzura che li intervallano, si intravede un certo movimento calmo, COME DI OPERAI SUL CAMPO E DI MURATORI SULLA FABBRICA.
È la città dei dementi, della quale discorre, nel Corriere, un giornalista che l’ha di recente visitata.
I volterrani debbono farsi della demenza un’idea mesta sì, ma non così desolata e tetra quale la faceva un concetto di orrore atavico: morte in corpi vivi, inerzia e furore egualmente demoniaci, cosa da non potersi guardare, da tenersi celata come il delitto. Quel concetto, in altri tempi, purtroppo si ribadiva in chi visitasse certi manicomi secondari in provincia, prigioni vociferanti nella lordura.
Per il colle di San Girolamo corre una strada che è passaggio comune alla chiesa e, lungo questa strada, a una fonte vengono ad attingere acqua le donne del vicinato e i malati CHE LAVORANO INTORNO, e si scambiano parole, naturalmente, come a tutte le fontane. I malati non si distinguono quasi per il vestito, che sul LAVORO, in maniche di camicia e a capo nudo, si confonde con quello di tutti gli operai di campagna. I custodi, occupati intorno agli stessi LAVORI dei custoditi, non fanno stacco. Senza accorgersi di esserci entrati, si è nella città dei dementi.
Vasta è la città: oltre il colle dei caseggiati bianchi si stende in larga campagna giù verso i piani della Cecina, per cinquecento ettari, abitata da tremilacinquecento dementi e cinquecento savii, i medici, gli infermieri, i custodi, gli operai che guidano il lavoro demente. È un enorme COLLEGIO OPERAIO, misto di uomini e di donne di tutte le età. Non si accresce, naturalmente, se non di immigrati, ma via via altri ne emigrano.
Il visitatore del manicomio non si attarda in quei padiglioni che sono dormitori, corsie, gabinetti, come in qualunque grande ospedale ben distribuito; né chiederà di vedere anche le celle imbottite dove si placano, quando non c’è altro da fare, gli accessi furiosi.
L’ispettore che accompagna ha pratica anche degli aspetti clinici dell’Istituto, ma questa è faccenda del direttore, del vicedirettore, degli altri quindici medici che sorvegliano costantemente la varietà dei malati e dei mali. L’ispettore (leggiamo nello scritto del Caprin) è un uomo che, dopo trentantacinque anni che fa questa vita, è agile e robusto; ha una bella barba quasi tutta nera e rapidi occhi neri che riconoscono tutto e tutti. Quello che egli è orgoglioso di mostrare è l’Istituto come una cosa di vita funzionante in sanità con la opera degli insani: non c’è energia psichica — egli dice — così disfatta che non ne rimanga un residuo adoperabile. Così l’Istituto è UNA GRANDE AZIENDA AGRICOLA E ARTIGIANA che basta a sé e si è continuamente sviluppata da quando, — e sono anche trentantacinque anni, — il direttore l’ha impiantata con idee così larghe sopra un piccolo manicomio provinciale.
Perciò si visiterà, per esempio, una vasta LAVANDERIA bene attrezzata di caldaie, di asciugatoi e di mangani. Le lavandaie, eccole, sono dementi, ma ognuna sa quel che le tocca fare e lo fa. I camici bianchi delle infermiere si confondono con i rigatini grigi delle operaie. Una vecchia grassa e scarmigliata siede comoda su una panca e se la ride in tondo; ma non pare che la presenza di qualche scema inerte guasti la laboriosità di tutte quelle che lavorano esatte e continue. Giovani sono quasi tutte quelle che CUCIONO A MACCHINA nei laboratori che preparano e riassettano i panni di tutto l’Istituto. Al bancone un vecchio SARTO taglia con la gravità concentrata dei vecchi sarti ed è pazzo anche lui. In un corridoio un gruppo di RICAMATRICI lavora di fino su certe tendine per la direzione: mostrano volentieri il lavoro e ne accettano le lodi con volti pacati. Soltanto qualcuna ha come un luccicore molle negli occhi.
Nell’officina dei FALEGNAMI si pialla e si sega a macchina e nessuno si fa male né fa male. Quel capo grigio curvo sopra un mobile è di uno STIPETTAIO pazzo che lavora meglio di qualche stipettaio in senno: ma basterebbe un goccio di vino perché riperdesse l’equilibrio che lo ha rifatto qui eccellente artigiano. Nel FORNO e nella PANETTERIA soltanto il capomugnaio non è pazzo: pazzi e pazze abburattano, impastano a macchina, infornano e sfornano: e l’odor del pane è buono qui come è buono in tutto il mondo. Le CUCINE con le grandi pentole schiumanti e i vicini depositi dei viveri hanno un personale numeroso che pare soddisfatto di trovarcisi. Da un uscio salta fuori una vecchietta ballonzolando e gridando qualche cosa in dialetto veneto, è grottescamente comica, ma non pare che i pazzi, quando ridono, ridano l’uno dell’altro.
A scoperchiare le pentole sono due uomini robusti ossequiosi in volto. Non dànno affatto il brivido che, pensandoci, si dovrebbe avere quando si sa che i due cucineri sono stati, nella loro pazzia, assassini. Poiché l’Istituto da pochi anni ha anche una popolazione particolarmente interessante: quella dei condannati, riconosciuti delinquenti per pazzia, che le nuove norme carcerarie introdotte con il Codice criminale Rocco assegnano alle cure del manicomio comune anziché ai vecchi manicomi criminali. Qui si sta facendo questo nuovo delicato esperimento. Tra i comuni malati di mente, confuso con essi nel LAVORO, il delinquente per vizio mentale prova la sua capacità di guarigione redentrice. Ci sono già stati casi di condanne sospese dopo una prova di risanamento riuscita.
Ma nella congerie delle follie diverse i certamente inguaribili sono altri, quelli che portano in giro, innocenti, la loro imbecillità evidente sulle bocche balbettanti e sbavanti. Una delle forme più comuni della pazzia, specialmente nelle donne di una certa età, parrebbe la demenza nel senso etimologico della parola: l’impoverimento dello spirito che non governa più un corpo vegetante. Anche nella follia, si direbbe, c’è una classe povera ed è numerosa.
Ma le riflessioni attristate svaniscono quasi nei campi per cui IL MANICOMIO È UNA BELLA TENUTA AGRICOLA, modernamente governata, e i padiglioni sparsi nella sua ampiezza, sono anche fattorie degne di attenzione. Porta in giro i visitatori un’automobile tratta da un’officina dove dei MECCANICI pazzi fanno delle riparazioni giuste: l’autista, naturalmente è un savio, ma anche i pazzi al suo passaggio sanno scansarsi.
Si incontrano carri tratti da buoi guidati da sorveglianti, ma i carretti a mano sono nelle mani dei sorveglianti. Pochi pazzi e un solo assennato bastano a condurre un grande porcile in cui cinquanta porci con la loro pinguedine lodano le cure dei loro custodi. È un pazzo quello che non vuol lavorare se non a torso nudo, ma, per il resto, lavora da savio. È un pazzo quello che si avvicina all’ispettore per proporgli che si costruisca una certa tettoia: l’ispettore risponde di sì perché pare che anche nei manicomi valga la massima nota anche fuori: che ai pazzi conviene sempre dar ragione ma può darsi che codesto pazzo la abbia veramente.
Una stalla di venti vacche e due torelli dà placidamente una parte del molto latte che abbisogna all’Istituto. E nelle altre colonie ci sono altre stalle di vacche e di buoi da lavoro e da macello. Mani dementi mungono, aggiogano ed anche macellano. Al macello si rimane stupiti della coraggiosa fiducia con cui molti dei pazzi possono essere trattati: l’insieme di tante coscienze smarrite forma come una coscienza sana che risponde alle regole buone per ogni collettività.
Uomini inermi, i custodi, bastano a tener la disciplina e a dar regola di LAVORO a tutti questi anormali sparsi che hanno zappe e vanghe, roncole e falci. Tutto procede così naturalmente che ogni sospetto cade. Non si pensa più a chi conduce l’azienda agricola, ma all’azienda che è bella: al grano che è stato segato su queste stoppie, alla vendemmia che sarà fatta domani tra questi tralci da uomini per i quali il vino fu nefasto. Parecchi, interrogati, vi diranno con un sorriso ghiotto che il vino troppo piacque loro. Consapevoli della causa del loro male, si direbbero oramai convalescenti. La felicità della campagna aperta, della terra che domanda di essere ancora lavorata, che propone sempre nuove industrie a chi ci vive sopra, sembra toccare, come può, anche questi mentecatti che furono e restano contadini. E, dimenticati i volti degli inguaribili, le inerzie dei vegetanti, rimane una impressione consolante che l’Istituto possa essere tutto un sanatorio.
Anche nel Manicomio di Casvegno la TERRA E IL LAVORO compiono la loro provvidenziale, insostituibile opera.
Terra e lavoro nei manicomi moderni – L’educatore della Svizzera italiana – 1934 – Pubblicazione originale




